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Sake: una lunga iniziazione

17 settembre 2025 di
Sake: una lunga iniziazione
le boudoir d arete, Vittoria Rosapane

Le origini della mia passione per il Sake credo risalgano all’anno dell’Expo, il 2015; a Milano, dove lavoravo e vivevo, gli eventi erano talmente numerosi che risultava impossibile seguirli tutti. Ricordo quel periodo come uno dei più belli della mia vita: ritornata signorina e in felice solitudine, finalmente potevo dedicarmi senza riserve alle mie passioni, gironzolando a mio piacimento tra eventi, enoteche e corsi. 

Non avevo mai mostrato un reale interesse per il Sake o, come lo chiamiamo noi occidentali, Saké, la tradizionale bevanda giapponese ottenuta da un doppio processo di lavorazione del riso che comprende la scissione dell’amido e poi la fermentazione, fino ad ottenere un prodotto generalmente tra i 15° e i 17° gradi alcolici; talvolta mi era stato offerto caldo nei ristoranti cinesi a fine pasto, ma onestamente mi era sembrato piuttosto anonimo e dal vago sapore di alcool rancido.

Per colmare le mie lacune e spinta dalla curiosità, una sera di fine luglio partecipai a un evento presso la storica enoteca Enoclub, in via Friuli, e qui rimasi folgorata: una delegazione giapponese della cantina, se cosi’ si puo’ chiamare, Urakasumi Saura, della città di Shiogama, presentava una degustazione guidata di cinque sake, accompagnando altrettanti diversi assaggi di prodotti italiani; la manifestazione era organizzata talmente bene da lasciarmi incantata: le schede tecniche bilingui, i relatori in kimono con la traduttrice simultanea e le verdure in accompagnamento ai sake tagliate e disposte in maniera affascinante. Fu proiettato un interessantissimo filmato sulla produzione della bevanda e la presentazione della cantina, che avevano avuto giusto il tempo di sottotitolare in italiano: c’era persino un membro della delegazione, vestito da samurai con una benda sull’occhio, per rievocare Date Masamune, artefice di uno dei primi contatti a scopo commerciale e diplomatico con l’Occidente.

Qui già la mia percezione comincio’ a cambiare: pur avendo più o meno lo stesso colore trasparente, i sake offerti erano diversi per sapore, gradazione alcolica e consistenza in bocca, inoltre l’ultimo era di un colore ambrato e di gusto più intenso, in quanto aromatizzato alle umeboshi, le prugne giapponesi utilizzate spesso in macrobiotica per favorire la digestione.

Seguirono altri eventi, oltre a quelli nello spazio fisso dell’Expo per tutta la durata della fiera: al Palazzo delle Stelline conobbi ortaggi e frutta, in particolare ciliegie e pesche, la carne Wagyu e liquori aromatizzati, cioccolatini colorati serviti come gioielli in scatole di carta; infine visitai una splendida mostra intitolata Art Aquarium, una serie di opere d’arte che univano la bellezza inerte dei vetri degli acquari a composizioni floreali e vegetali, arricchite da bellissimi pesci perlopiù rossi e dorati.

Fui talmente colpita da questo universo che finalmente nell’ottobre 2018 conseguii il WSET primo livello; ricordo che per l’entusiasmo presi una votazione incredibile: avevo scoperto che la lavorazione del riso assomigliava molto a quella della vinificazione, ovviamente c’era il passaggio supplementare della scissione degli amidi, ma l’idea che esistessero Sake color del latte, non filtrati, e Sake tradizionalmente trasparenti oltre che ambrati, mi faceva sognare orizzonti gustativi oltreoceano. Purtroppo gli eventi, belli e brutti, degli anni seguenti mi impedirono di completare la formazione, oltre al freno della fascia di prezzo mediamente superiore, la difficoltà a consumare una bottiglia da sola e l’abbinamento col cibo ancora da esplorare.

Rimasi però sempre fedele alla newsletter di un’associazione dedita al Sake, come aggiornamento, finché a settembre dell’anno scorso non mi decisi a partecipare ad una fiera a Milano dove avrei potuto incontrare numerosi espositori e fare degli  assaggi. Per darmi coraggio portai anche mio marito: non riconoscevo più la città e mi sentivo disorientata. Naturalmente dopo quattro o cinque assaggi già le sensazioni gusto olfattive cominciavano a confondersi, complice anche il livello di contenuto alcoolico, ma due prodotti mi colpirono: per primo il Kodakara dry ginger, a base di sake e zenzero, color giallo torbido, tagliente come la lama del samurai al primo impatto, ma rinfrescante e leggero nel finale, piacevole in estate freddo, come caldo in inverno; ce ne sono altre versioni alla frutta, come pera o prugna giapponese, una vera delizia come aperitivo, ingrediente dei cocktail o per accompagnare dessert alla frutta.

Il secondo era l’Awa Sake o Sake spumante, una novità nell’ambito della manifestazione: assaggiai il Mizubashi Awa sake Yukihotaka, imbottigliato nel luglio 2023, spedizione gennaio 2024, 13%, prodotto da Nagai prefettura di Gunma, bolla leggera, piacevolmente agrumato con una sfumatura umami.

Dopo qualche mese, volendo cercare di carpire i segreti dell’universo misterioso del Sake, acquistai una bottiglia di Kodakara e un kit di campioni assaggio che portai con me in Francia, custodendoli gelosamente per un momento di calma degustativa. 

Non ho perso la speranza di migliorare e completare la mia formazione sulla conoscenza di questa bevanda, così lontana dai palati occidentali, eppure già oggetto di culto negli ambienti più vivaci ed aperti in Italia come in Francia. Già mi immagino di indossare il mio kimono in pura seta giapponese, che riposa da troppo tempo in un cassetto e regalo di una cara amica: quando le circostanze lo permetteranno, potro’ finalmente vestire i panni di una geisha esperta, versero’ ai miei ospiti un prezioso Sake in un minuscolo bicchiere di ceramica accuratamente disposto in una piccola scatola quadrata di legno e, come vuole la tradizione, la riempiro’ fino all’orlo…Kanpai!



Trabocco spumante d'Abruzzo