Il 2025, secondo diverse interpretazioni astrologiche, segnerebbe la svolta epocale nella vita di alcuni segni zodiacali, tra cui il mio; coincidenza o meno, il mese di gennaio vede il nostro trasferimento in Francia, temporaneamente nel suggestivo Aveyron, una regione verdeggiante, ricca di sorprese enologiche e non solo.
Alloggiamo al nord, ai piedi dell’Aubrac, in un caratteristico gîte di montagna, nella proprietà di un’amica di mio marito Jacques.
L’Aveyron è la regione dell’autenticità per eccellenza: dai paesaggi variegati, che spaziano dalla montagna a colline ricoperte di prati, da canyons di argilla rossa a laghi frequentatissimi dai pescatori, ha un’economia basata su allevamento, turismo e artigianato locale; qui le tradizioni sono sostenute e perpetrate con l’amore e il coraggio tipici delle popolazioni rurali. La bellezza e la pace dei luoghi hanno attirato molti parigini, tanto da incrementare fortemente seconde case e appartamenti per le vacanze, ma senza deturpare il paesaggio. Qui la gente lavora duramente, ma é fiera delle ricchezze della propria terra, tanto da dispiegarle generosamente anche al turista di passaggio; schiettezza, semplicità e piacere della condivisione sono i gioielli dell’Aveyron.
Il cattolicesimo è un collante fondamentale delle piccole comunità, grazie anche al passaggio dei pellegrini del cammino di Compostela: da qui un patrimonio culturale e architettonico prezioso e peculiare del territorio, costellato di chiesette e castelli, che trova il suo apice nella bellissima Conques.
In Aveyron la mente si placa, il cuore si allarga e i sensi gioiscono.
Persino il camioncino del pizzaiolo che tutti i venerdì sera preparava e cuoceva la pizza al momento aveva qualcosa di speciale, soprattutto perché usava la farina del Moulin de Coudoustrines. Il mulino, alle porte di Espalion, anche se un po' defilato, è gestito da una donna coraggiosa che, rimasta vedova giovane, ha perseguito il suo progetto caparbiamente e ora, oltre a vendere le sue farine, ha un magico negozio di prodotti locali e non, preso d’assalto soprattutto durante il periodo natalizio, in cui ho passato ore affascinata da sapori e profumi a me sconosciuti.
Il pane fa parte di un rito molto importante a Lassout, un villaggio di poche anime, dove a fine gennaio gli abitanti si riuniscono per preparare l’impasto e cuocere nel forno del paese, rimesso in funzione da alcuni anni, profumate pagnotte che durante il giorno lievitano in graziosi cestini, poi distribuite, una volta pronte, ad ogni famiglia.
I partecipanti sono non solo persone anziane, ma anche giovani e coppie con bambini, a testimonianza della volontà di perpetuare un rito che fa parte da sempre della quotidianità e che assume una sfumatura di sacralità.
Una festa collettiva che inizia al mattino con la preparazione in una enorme madia, costruita appositamente da un falegname, e si conclude la sera con la cottura e la cena in comune nel salone delle feste: ognuno porta leccornie col proprio cestino e si mangia un pane ancora caldo e profumato che evoca davvero altri tempi.

Oltre al cibo, le bevande non mancano: molto diffusi sono il liquore alla genziana e quello di noci, spesso casalingo, ma la zona è conosciuta per alcune rarità vinicole come l' AOP Marcillac. Il vitigno principe è il Fer Servadou o Mansois, un'uva probabilmente appartenente alla famiglia della vitis labrusca, tanto ricorda il Refosco dal peduncolo rosso per il sapore fruttato e la sua rusticità in bocca. In purezza, trova una bella espressione nella produzione del Domaine Matha, un’azienda vinicola convertita al biologico già dal 2016 situata a Clairvaux d’Aveyron.
Interessante è la loro produzione di vini da aperitivo come il bianco Vin de pissenlit, aromatizzato al tarassaco, e il rosso Ratafia, ottenuto da mosto e alcool, da servire rigorosamente molto fresco, come specificato in etichetta, ottimo sui formaggi e dessert, in particolare con il cioccolato fondente.
Le medesime note gustative e olfattive del Ratafia si ritrovano nei vini della gamma a base di Fer Servadou, come il “Baisier retrouvé”, dove frutto rosso e spezia dolce si fondono in un equilibrio tra leggerezza e rotondità, e “Parole liberée” 2018, con le stesse caratteristiche, ma tannino e acidità meno scalpitanti che lo rendono davvero gradevole, senza per nulla dimostrare la sua età.
E’ inoltre accattivante la grafica delle etichette cosi’ come il nome scelto per ogni vino, che riflette la personalità decisa del padrone di casa, Jean-Luc: “Baisier retrouvé”, “Parole libérée", “Toi rougis moi aussi” sono molto evocativi e lasciano chiaramente trasparire le emozioni legate ad ogni vino, dalla parte del produttore come del consumatore.
Dunque in Aveyron non manca nulla per essere felici: buon cibo, ottimo vino e gente simpatica, oltre all’aria pura; una tappa indimenticabile che ricordo con nostalgia nei momenti peggiori.
Dopotutto sono una expat, o meglio expatriée o espatriata, secondo la curiosa abitudine linguistica dei francesi di usare moltissimi acronimi anche per parole di uso comune, tanto che a volte davvero fatico un po’ a svolgerli per esteso. Ne prendo atto: ho lasciato il mio paese senza rimpianti, sono partita per una terra che mi chiama da molti anni e aspetta soltanto che io concretizzi i miei progetti.